Con le proclamazioni dei vincitori dell'87esima edizione degli Academy Awards, abbiamo visto concludersi questa stagione di premi. Senza molte sorprese abbiamo visto trionfare il quartetto che ha spopolato negli ultimi mesi e vale a dire:
Eddie Redmayne, Miglior Attore Protagonista per La Teoria del Tutto // Julianne Moore, Miglior Attrice Protagonista per Still Alice // J. K. Simmons Miglior Attore Non Protagonista per Whiplash // Patricia Arquette, Miglior Attrice Non Protagonista per Boyhood.
Birdman si è aggiudicato invece le statuette di Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Fotografia e Miglior Sceneggiatura Originale, lasciando a bocca (semi) asciutta il favorito Boyhood.
Molto bene è andato The Grand Budapest Hotel che, come da previsione, si è aggiudicato quattro premi tecnici: Costumi (Milena Canonero ha vinto il suo quarto Oscar), Trucco e Parrucco, Scenografia e Miglior Colonna Sonora composta da Alexandre Desplat.
A Whiplash, invece, sono andate in totale tre statuette: Attore Non Protagonista, Miglior Montaggio e Montaggio Sonoro.
In quanto a cerimonia vera e propria, poco è riuscito a fare il successore di Ellen Degeneres, Neil Patrick Harris: cerimonia a tratti noiosa e senza speciali guizzi. Momenti degni di nota sono state le performance canore delle canzoni in gara a Best Original Song, il bel tributo di Lady Gaga ai 50 anni di Tutti Insieme Appassionatamente e la parodia forse un po' forzata di Birdman e Whiplash assieme all'attore protagonista Miles Teller.
Al Contrario, veri protagonisti son stati i vincitori delle statuette, dagli attori agli sceneggiatori, in particolare Graham Moore che ha accettato il suo Oscar alla Miglior Sceneggiatura Adattata per The Imitation Game con un discorso personale e toccante.
Sulla pagina Facebook ho pensato di creare tre differenti album con foto:
Solo due giorni ci dividono dall'evento cinematografico
dell'anno. Gli Academy Awards si terranno Domenica 22
Febbraio a Los Angeles, e finalmente, il red carpet e la cerimonia,
potranno essere seguiti interamente ed in chiaro anche sul canale Cielo
Tv del Digitale Terrestre a partire dalle ore 22.50.
In questi ultimi giorni cerco di recuperare i film in lizza
nelle maggiori categorie. Di seguito, un brevissimo commento ai film The Grand
Budapest Hotel, Still Alice e Foxcatcher.
The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson è, da un
punto di vista soggettivo, Cinema puro. Ci sono diversi momenti narrativi e
altrettanti diversi formati video che scandiscono i diversi momenti. C'è la
regia unica e particolare di Anderson che compone una storia, tratta dalle
opere di Stefan Zweig, colorata in tutti i sensi: i costumi, le
scenografie, il trucco, la fotografia sono tanto importanti quanto la trama o
le prove attoriali. Dettaglio ed eleganza pervadono il Grand Budapest Hotel
dalla prima all'ultima scena.
Nominato a 9 premi Oscar, ci si aspetta vinca nelle categorie
"tecniche".
Nel variegato cast troviamo: Ralph
Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward
Norton, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda
Swinton, Jason Schwartzman, Willem Dafoe, Léa Seydoux, Owen
Wilson, Adrien Brody, Tom Wilkinson, Bob Balaban, Mathieu
Amalri e Jeff Goldblum.
Still Alice è il ritratto di una donna che è costretta a
fronteggiare una malattia inaspettata: una rara forma di Alzheimer precoce ed
ereditaria. Julianne Moore, favorita nella categoria di Miglior
Attrice Protagonista, ci racconta, con pacatezza e senza esaltazione ma
forte delicatezza, il progressivo deterioramento mentale di Alice. E' inoltre
il quadro familiare che mette a nudo i legami di una famiglia scossa da un
evento tragico: quando il perno centrale viene a vacillare, il nucleo non è più
lo stesso. Molto bello è il rapporto tra madre e figlia minore, meno
convincenti, però, sono le performance dei non protagonisti.
Il film diretto da Richard Glatzer e Wash
Westmoreland è l'adattamento del romanzo Perdersi di Lisa
Genova. Nel cast troviamo anche Kristen Stewart, Kate
Bosworth, Alec Baldwin e Hunter Parrish.
Foxcatcher è l'adattamento
cinematografico dell'autobiografia Foxcatcher. Una storia vera di
sport, sangue e follia scritta nel 2014 da Mark Schultz lottatore
campione olimpico nel 1984 assieme a suo fratello Dave. E' quindi
la storia di Mark/Channing Tatum che riceve da John
E. du Pont/Steve Carell la proposta di entrare a far parte della
squadra di campioni da lui fondata, il Team Foxcatcher. L'atleta,
spinto anche dalla sensazione di essere oscurato dalla fama del fratello Dave,
interpretato da Mark Ruffalo, accetta l'offerta e si trasferisce in
Pennsylvania. La pellicola pone le sue fondamenta sulle grandi interpretazioni
degli attori protagonisti a partire da un irriconoscibilissimo Steve Carell
che, con una calma (apparente) opprimente e soffocante, è la personificazione una bomba ad
orologeria pronta ad esplodere; straordinario è, come sempre, anche Ruffalo e
un sorprendente Tatum, finalmente in un ruolo dove il fisico, seppur presente,
non è in prima linea, dimostra la sua versatilità nell'interpretazione
psicologica del suo personaggio.
Diretto da Bennett Miller, Foxcatcher annovera nel cast anche Sienna
Miller, Anthony Michael Hall e Vanessa Redgrave. E'
nominato a cinque Premi Oscar.
Essere fan di gente di spettacolo, attori, attrici è difficile: spesso si
rischia di diventare ossessivi nei confronti di qualcuno e, proprio durante un
periodo importante come la stagione dei premi, quello che dovrebbe essere un
tifo spassionato, diventa una mera carneficina come quella tra i peggiori
ultras che, a lor dire, sostengono la loro squadra del cuore.
Fatta questa premessa, penso sia chiaro a chi sia
indirizzato il mio pensiero. Eddie Redmayne vs. le/i fan di Benedict Cumberbatch.
Essendo io stessa una grande sostenitrice di quest’ultimo, capisco il rammarico
di non poter veder trionfare il proprio attore o attrice del cuore, eppure
gioisco nel veder vincere un concorrente che, molto semplicemente, con un
pizzico in più, ha meritato il premio. Non che il Signor Cumberbatch non lo
meritasse a sua volta, quel Bafta o quel Golden Globe, però, sarà il film, sarà
il ruolo, saranno state le scene ancor più toccanti, saranno state una miriade
di variabili, il vincente sulla carta è Redmayne e non è un male.
Mi è quindi triste e sgradevole leggere di commenti
denigratori, ma privi di senso, verso un altro attore che meritatamente sta
facendo incetta di premi. Sarebbe molto più sportivo essere obiettivi e pensare,
prima di tutto, all’immensa interpretazione di Benedict Cumberbatch, come
quella di Michael Keaton e alle altre grandi interpretazioni di quest’anno.
Un
premio è importante relativamente, certo ti pone su un gradino più alto, è
innegabile, ma quanti di noi ricordano un ruolo semplicemente perché x ha vinto
quel determinato premio? Non viene ricordata maggiormente l’interpretazione e l’emozione
che questa ci ha lasciato?
Gli Oscar si avvicinano e, come da qualche anno a questa
parte, mi piace arrivare all’evento cinematografico dell’anno preparata e
pronta a tifate il mio film e attore e attrice preferiti.
Dopo aver visto e parlato di The Theory of Everything,
biopic dedicato al cosmologo e scienziato Stephen Hawking, con protagonista un
eccezionale Eddie Redmayne, ho continuato lo studio guardando altre due
pellicole nominate, come La teoria del Tutto (e non solo), a Miglior Film e
Migliore Attore Protagonista: The Imitation Game e Birdman (o l’imprevedibile
virtù dell’ignoranza).
The Imitation Game è la storia di Alan Turing, da tutti
conosciuto come precursore del personal computer, è colui che ha decifrato il
Codice Enigma durante la Seconda Guerra Mondiale, aiutando la Gran Bretagna e
gli Stati Uniti d’America a vincere il conflitto contro la Germania Nazista. E’
il ritratto di un grande uomo che ha dovuto combattere non solo contro la
guerra, ma anche contro tutte quelle persone che non hanno mai accettato il suo
orientamento sessuale: Alan era omosessuale.
The Imitation Game si sviluppa, attraverso dei flashback,
secondo il racconto dello stesso Alan, interpretato da un magistrale Benedict
Cumberbatch, che in sede di interrogatorio dopo un furto nella sua abitazione e
le accuse di omosessualità, ripercorre gli anni di lavoro presso i servizi
segreti della Gran Bretagna. E’ il ritratto di un uomo dal carattere solitario,
un genio della matematica, e perseguitato fisicamente e psicologicamente fino
alla morte dalle stesse autorità del suo Paese. L’attore protagonista descrive
molto bene le gioie del successo e le sofferenze di un uomo, praticamente
abbandonato da coloro i quali egli ha prestato servizio.
Il film di per sé, non spicca di eccezionalità, l’utilizzo
di immagini documentario che mostrano i momenti della guerra e una voce
fuoricampo che fa da cronaca, mal si sposa con lo stile del film, d’altra
parte, è proprio la performance dell’attore protagonista, accompagnato da buoni
co-protagonisti come Keira Knightley, Charles Dance, Matthew Goode e Mark
Strong, mantengono a galla un The Imitation Game registicamente debole. E’
comunque un film che certamente va visto, non necessariamente per le qualità
tecniche senza infamia e senza lode del
film, il montaggio è umile e manca di originalità, quanto per la storia di un grande uomo che ha fatto la Storia, se mi permettete il giro di parole, ma
dimenticato e condannato dal bigottismo della gente.
Come dal bianco al nero, Birdman, ultima fatica dell’eccentrico
regista Alejandro González Iñárritu, non
può essere più diverso dal film precedente. Con un impianto quasi satirico nei
confronti di un cinema sempre più orientato verso i Cinecomic e i Blockbusters
che si servono si sequel, reboot e remake, è la storia di un attore legato,
anzi intrappolato, nel ruolo iconico dell’Uomo Uccello, che nel pieno del decadimento
artistico, prova a distaccarsi da questa ombra portando in scena uno
spettacolo a Broadway. Con un impianto registico costituito interamente da
piani sequenza che seguono ininterrottamente i movimenti degli attori, entriamo
non solo nella testa di Riggan Thompson, interpretato da Michael Keaton, finalmente tornato in una prova degna del suo nome, ma
anche in quelle dei personaggi che gli girano attorno: c’è la figlia Sam, ex
tossicodipendente ora assistente del padre-attore, una ragazza instabile eppure
potente e scioccante che mette di fronte a suo padre una vita fatta di assenze ed indifferenza:
è interpretata da una immensa Emma Stone candidata nella categoria di Miglior
Attrice Non Protagonista; c’è Mike Shiner, il collega rivale, che non finge nel
suo lavoro, ma recita nella vita reale: Edward Norton ha più che meritato la
candidatura a Miglior Attore Protagonista; c’è il manager-amico Jake, certamente
più interessato all’immagine pubblica del suo cliente più che alla sua salute fisica e
mentale: ne veste i panni un irriconoscibile Zach Galifianakis che ben si
presta ad un ruolo totalmente diverso dai suoi soliti; infine da non
dimenticare la performance di Naomi Watts, la fragile collega di Riggan.
Birdman è una pellicola inquieta. Il ritmo improvvisato
di una batteria ci accompagna per tutta la durata del film come se un’ombra
oscura aleggiasse continuamente nelle menti dei personaggi.
Come da sottotitolo, è imprevedibile, e l’ombra di Birdman che segue Riggan è l’alterego
di un artista incapace di scrollarsi di dosso il personaggio che lo ha reso
famoso. Da un punto di vista potrebbe rivelarsi come la storia dello stesso
Keaton, ricordato soprattutto per il suo Batman, a lungo fuori dal Cinema
impegnato e critico verso i colleghi del momento: implicite sono le
frecciatine ai supereroi di oggi.
E’ un film certamente di non facile comprensione, ma che
sfida lo spettatore a un Cinema diverso anche grazie ad una regia innegabilmente unica. Lo consiglio quindi a chi vuole vedere
qualcosa di strano ed assurdo: alla fine del film, lo amerete o lo odierete;
non ci saranno sfumature di alcun tipo.
Nominato ai prossimi Premi Oscar in 5 categorie tra cui
Miglior Film e Miglior Attore Protagonista, La Teoria del Tutto (The Theory Of
Everything) è la storia di Jane e Stephen Hawking.
Più che del lavoro del
cosmologo più famoso al mondo, il film ripercorre la storia matrimoniale di
Stephen e delle difficoltà della vita domestica dovute alla malattia.
La Teoria del Tutto, diretta da James Marsh, è l'adattamento cinematografico della
biografia Verso l'infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen),
scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico. Con un punto di vista più
orientato verso Jane, infatti, la storia comincia quando i due si incontrano durante
una festa in quel di Cambridge nel 1963 e si dispiega attraverso gli anni travagliati
eppure felici del matrimonio.
E’ un film molto intimo che ci permette, grazie all’incredibile
interpretazione di Eddie Redmayne,vincitore tra l'altro del Golden Globe, di conoscere la persona dietro il
personaggio pubblico: Stephen, venuto a conoscenza della malattia motoneuronale
che lo avrebbe tenuto in vita, a detta dei medici, per soli due anni, viene
scaraventato fuori dalla depressione da Jane, che, con forza e determinazione,
inizia a prendersi cura dell’uomo che sarà suo marito per oltre 25 anni.
Conosciamo le dinamiche familiari della coppia, il senso dell’umorismo di lui,
la voglia di continuare a lavorare, l’illusione di un’esistenza normale, l’amore
di lei e successivamente il peso che una malattia degenerativa comporta e la
perdita della certezza che fino a qualche anno prima era inconfutabile.
Non è
questo, ovviamente, il luogo adatto per poter giudicare le scelte personali dei
due protagonisti: sappiamo, infatti, che il fisico e Jane divorziarono nel 1991
e nel 1995 convolò nuovamente a nozze con l’allora infermiera personale Elaine
Mason interpretata da Maxine Peake. Jane, d’altra parte sposò Jonathan Hellyer
Jones, insegnante di musica, che si
inserì pian piano nella famiglia Hawking prima dell’arrivo di Elaine.
E’ certamente una pellicola sincera, commovente, toccante
e, da un punto di vista soggettivo, esemplare: da parte di Stephen, la
determinazione di un uomo distrutto fisicamente, accompagnato nei suoi successi
lavorativi da una donna che lo ha, semplicemente, allontanato, alcune volte
anche prepotentemente, dall’abisso: Felicity Jones con la sua intensa
interpretazione è in lizza tra le candidate all’Oscar per Miglior Attrice
Protagonista.
Unica pecca del film, è probabilmente l’aver messo in
secondo piano il lavoro dello scienziato, trattato solamente in piccola parte
nella parte iniziale del film e non approfondito del tutto: da questo punto di
vista, il film per la tv del 2006, Hawking, che vede protagonista il
concorrente all’Oscar per The Imitation Game, Benedict Cumberbatch, è più
esplicativo.
La fotografia che gioca su primi piani, in alcune scene un
po’ ricorda i filmini amatoriali in pellicola, dando così un’atmosfera retrò a
tutto il film. L’intensa e bellissima colonna sonora, vincitrice del Golden
Globe, scritta da Johann Jòhansson, accompagnano le sequenze della Teoria del
Tutto amalgamandole in un’elegante danza che trasporta lo spettatore all’interno
della storia. Inoltre se ci si fa caso, è possibile notare un accenno alla
colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso di Ennio Morricone nel brano The
Wedding: che sia un riferimento voluto o meno, di sicuro non può che arricchire
una soundtrack perfetta per il film in questione.
Stephen Hawking ha apprezzato il film e sulla sua pagina
Facebook ha scritto:
“Watching
the The Theory of Everything Movie at the London premiere last night was an
intense emotional experience for me. It is perhaps the closest I will come to
time travel. Based on Jane's book, it follows our life together exploring the
mysteries of the universe. I enjoyed watching it with my family and friends,
and I hope audiences around the world enjoy it as well. –SH”
Inoltre, congratulandosi per l’interpretazione eccezionale di Eddie
Redmayne scrive:
“Congratulations
to Eddie Redmayne on his winning the Golden Globes Award for Best Actor in The
Theory of Everything Movie. He looked like me, acted like me, and had my sense
of humor. –SH”
Sono stati assegnati, questa notte, al Beverly Hilton Hotel di Los Angeles i 72esimi Golden Globes per categorie cinematografiche e televisive. La serata è stata condotta per la terza ed ultima volta dall'irriverente duo Tina Fey/Amy Poehler.
Qui di seguito, tutte le nominations e i vincitori in grassetto:
Dopo
aver visto l'ultimo capitolo della trilogia, a mezzanotte di martedì 16 Dicembre
nell'ambito della grande maratona Hobbit, decisi che prima di commentarlo lo
avrei rivisto soprattutto per poter avere una visione d'insieme dell'intera
saga, non facendomi coinvolgere totalmente dalle emozioni che la prima aveva
suscitato.
La
Battaglia delle Cinque Armate si apre esattamente nell'istante in cui si
conclude La Desolazione di Smaug*. Forse, ancora di più rispetto allo stacco tra
Un Viaggio Inaspettato* e il film successivo, sembra ci si trovi davanti ad un
unico grande lungometraggio.
*Potere leggere le recensioni del primo e secondo film nel sito di cinema Cinematographe.it
Quando,
nel 2012, Un Viaggio Inaspettato era ancora in post-produzione, Peter Jackson
assieme al gruppo di produttori, in particolare Fran Walsh e Philippa Boyens,
pensarono di poter realizzare una trilogia usufruendo del vasto materiale
Tolkenieno presente nelle appendici del Signore degli Anelli. Il previsto
Andata e Ritorno lasciò quindi il posto alla Desolazione di Smaug prima e La
Battaglia delle Cinque armate poi.
Questo
ultimo capitolo è, in durata, il più corto dei tre ed è un doppio anello che
chiude non solo la nuova trilogia, ma funge da conclusione e collegamento
perfetto con l'esalogia Jacksoniana.
Anche
se non necessario, viene spontaneo paragonare Lo Hobbit al Signore degli
Anelli. Nella nuova trilogia, ci sono molte citazioni alla vecchia e la regia
di Peter Jackson appare chiara più volte. Non per questo Lo Hobbit è una mera
fotocopia della sua progenie, ben altro, se ne discosta in giusta misura
rendendolo a sua volta un prodotto unico: in primo luogo nei toni del racconto,
molto più leggeri rispetto al manoscritto più famoso del professore (Lord of
The Rings). Eppure La Battaglia delle cinque armate, come Il Ritorno del Re, è
tanto risolutivo quanto epico seppur in maniera diversa. C'è molta intimità ed
interiorità, e la trama orizzontale è intervallata da profondi momenti in cui
un personaggio si dischiude allo spettatore.
Notevole
ed affascinante è il percorso psicologico di Thorin Scudodiquercia, interpretato
magistralmente da Richard Armitage. La sua scena essenziale, che si colloca
prima della battaglia finale, è un'autentica distruzione e rinascita mentale,
nonchè probabilmente una delle migliori rappresentazioni del suo personaggio.
A
tenergli testa, ancor prima del protagonista, è il Re degli Elfi Silvani: il
Thranduil di Lee Pace è determinato a riappropriarsi di ciò che pensa essere
suo, ed è molto più simile a Thorin di quanto non si creda; anche il suo
percorso narrativo è interessante ed è magnificamente interpretato dall'attore
che lo impersona.
Grande
rivelazione e gioiello della trilogia e in particolare del film conclusivo è lo
Hobbit in persona: Martin Freeman. L'attore inglese, ormai a suo agio nei panni
di Bilbo Baggins, ci mostra uno hobbit radicalmente cambiato rispetto alla
partenza con la compagnia dei nani di Erebor: non solo ha trovato il coraggio e
la determinazione nell'affrontare i nemici e gli amici, ma la sicurezza
interiore e quella voglia di avventura che inizialmente sembrava impossibile da
raggiungere. E Martin Freeman non si serve solo di parole per esprimere un’emozione
o un turbamento: è sufficiente perdersi nelle sue espressioni facciali e
sguardi per poter cogliere ciò che passa per la testa allo hobbit.
Non vanno dimenticati gli altri
importanti membri del cast tutti perfettamente incastonati come fili
intrecciati di una grande tela. Oltre alle garanzie sempre in ottima forma come
Ian McKellen/Gandalf, Cate Blanchett/Galadriel o ancora Orlando Bloom/Legolas,
sono da citare in particolare Luke Evans/Bard l’Arciere, portavoce degli
uomini, tanto leader quanto padre di famiglia (maestosa la scena in cui lo vede
fronteggiarsi contro Smaug), e Ryan Gage, il subdolo e stupido Alfrid, braccio
destro del Governatore di Pontelagolungo, ci regala un’interpretazione tanto
fastidiosa quanto geniale per il personaggio in questione.
I 149 minuti si sviluppano
senza giri di parole: la battaglia è vicina e le pedine si posizionano attorno
al campo di battaglia. La guerra, che sembra dilungarsi, in realtà utilizza il
tempo necessario per districarsi e quindi concludersi. La Battaglia delle
cinque armate che si fronteggiano tra le rovine della città di Dale e la
Montagna Solitaria è ben lontana dalla grandezza dell’enorme scontro finale nel
Ritorno del Re, ma certamente non meno epica. Elfi, nani, uomini, orchi ed
aquile combattono e lo spettacolo visivo dell’HFR 3D ti trasporta letteralmente
all’interno del conflitto.
I sentimenti non mancano: c’è
amicizia, fratellanza, famiglia, amore: l’introduzione del personaggio di
Tauriel, l’elfa interpretata da Evangeline Lilly, in una storia prevalentemente
maschile, non denaturalizza la storia originale, ma la arricchisce con una
componente romantica tutt’altro che sterile.
La Battaglia delle Cinque
Armate è la degna conclusione di una trilogia realizzata con anima e cuore.
Peter Jackson, da grande fan quale è, ha raggiunto l’obiettivo prefissato:
soddisfare il fan di Tolkien e delle vicende nella Terra di Mezzo prima della
Guerra per l’Unico Anello. C’è riuscito nella sua prima trilogia e c’è riuscito
anche qui.
Ovviamente i tre film non sono
esenti da difetti di forma e/o scelte non necessarie prese esclusivamente per
esigenze cinematografiche, ma è innegabile la passione messa non solo dal
regista, ma da tutta la crew che ha lavorato per anni a Lo Hobbit.
A tal proposito consiglio a
tutti gli appassionati, la visione dei contenuti speciali delle edizioni
estese: è incredibile vedere la lavorazione dei film, le riprese, la cura dei
dettagli dei piccoli oggetti e delle grandi scenografie, i concept artistici,
il suono, gli stupefacenti effetti speciali e tanto altro ancora.
Probabilmente questa trilogia
non sarà ricordata come la sua precedente, la cui fama è cresciuta negli anni,
e non è necessariamente un male. Il grande plauso che diamo a Lo Hobbit è anche
il ringraziamento per averci riportato nella Terra di Mezzo, per averci fatto
conoscere nuovi straordinari personaggi e fatti reincontrare altri, tanto
amati, averci fatto vivere una grandissima ed emozionante avventura.